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2015 – Stefano Cortina – Luce dinamica

Vasconi con la figlia Marina nel suo studio di via Mussi a Milano, 1958

Vasconi con la figlia Marina nel suo studio di via Mussi a Milano, 1958

Il passo deciso e svelto, il trench abbottonato, la canuta chioma al vento, lo sguardo sempre attento e curioso, in quel volto marchiato da un naso da pugile, tagliato via come la creta rimossa da un ritratto e mai più ripristinato. Un volto di grande carattere per un uomo nato pittore. E temibile raccontatore, un fiume in piena di aneddoti, ricordi, pensieri. Memoria storica e vivente della grande stagione dell’arte italiana dal post futurismo al contemporaneo. Pittore, scultore, grafico, maestro dell’affresco, scenografo, avrebbe dovuto anche cimentarsi nello scrivere tanta era la sua conoscenza dell’arte e del suo mondo. Così lo ricordo, estremamente vitale, attento con quel potere magico che possedevano le sue mani, creare. Un lapis, un foglio di carta, quasi senza prestare attenzione e ne nasceva un ritratto, uno schizzo, che tuttavia scavava nella profondità dell’anima. Un ragazzo (così era la sua verve da mantenerlo tale sino alla fine) votato alla tavolozza e ai colori. Lasciato il natio Piemonte, approda alla pittura, precocissimo, frequentando gli studi presso la Scuola Cristiana Beato Angelico e la Scuola degli Artefici di Brera. E la spiritualità sarà cifra stilistica essenziale nella sua arte. Insieme al dinamismo bidimensionale che la lezione futurista ha impresso al suo modus operandi.
Dopo la guerra, combattuta in Albania, la sua inesauribile volontà di fare lo porta a esplorare i campi della creazione artistica, dalla grafica pubblicitaria (che lo vedrà impiegato presso una grande azienda, la Arexons, sino agli anni ’80) al teatro come scenografo (sarà docente a Brera negli anni ’70 e proprio la comune passione per il teatro favorirà nell’immediato dopoguerra l’incontro con Carla, sua compagna di vita e madre delle sue due figlie), all’affresco (il primo risale al 1943, Santa Maria Segreta a Milano) alla scultura (i cui soggetti traspondono dalle sue tele acquisendo la terza dimensione).
E la pittura, madre delle sua capacità creative. “Un mondo vario oscillante fra il simbolismo e il realismo, in un raro gioco di mutevoli scambi, sempre destinato a fissarsi nei termini di una illusoria, variopinta realtà”, scriveva di lui il grande Giuseppe Marchiori nel 1977 in occasione di una sua mostra veneziana. Mai descrizione fu così semplicemente seppur profondamente esplicativa.
I soggetti cari a Vasconi esprimono un pathos dinamico in ovattate atmosfere oniriche dove il sapiente uso della luce e del colore rende vivide le immagini e vibranti i sentimenti. La donna, spirituale, madre, simbolo di armonia e bellezza. I fondali marini, silenti e poetici, lo sport, il calcio sintesi di movimento e energia come la tauromachia. Il cavallo, ovvero la forza, l’eleganza, la potenza, la velocità, e qui potremmo ricollegarci al mito futurista così come nella straordinaria serie di dipinti dedicati alla Ferrari negli anni ’90. Passione d’altronde sempre praticata che
portava il nostro uomo a guidare auto sportive anche dopo gli ottant’anni!
Vasconi è stato tra i fortunati attori di una stagione irripetibile, quella che dal dopoguerra ci ha portato sino ad oggi, e di cui è stato osservatore attento e interprete sagace. Una stagione
ricca dove il convivio interdisciplinare era all’ordine del giorno. La frequentazione con gli altri artisti quali Ennio Morlotti, Ibrahim Kodra, i fratelli Sandro e Guido Somaré, Giuseppe Scalvini,
Luciano Minguzzi, Filippo De Pisis, Remo Bianco e poi scrittori come Carlo Munari, Dino Buzzati, Mario De Michelis, Giuseppe Marchiori, Dino Villani, Franco Passoni, Alberico Sala, Raffaele De Grada, Roberto Sanesi, Sebastiano Grasso, Enzo Fabiani, Ermanno Krumm, Marcello Venturoli, Valerio Vigorelli, formano se non la capacità pittorica che non necessitava d’altro, la personalità e la conoscenza, elementi indispensabili alla genesi dell’opera d’arte.
Le cene, le eterne discussioni, i simposi letterari, i confronti e spesso gli scontri, questo era l’ambiante fecondo a cui attingeva l’artista. Vasconi era un grande pittore ma anche un grande uomo, un amico, colto, gentile, generoso, simpatico, una persona con la quale la parola noia era bandita, un artista capace di imprimere sulla tela la veemenza del movimento e l’immota placidità dell’Arcadia, la veglia come il sonno, l’urlo come il silenzio, capace di raccontare storie con una sola immagine, di illuminare il buio e dare forma al sentimento, di scavarti nell’anima come di lasciarti tranquillo a osservare.
Le sue forme complesse nella scomposizione strutturale emergono vivide nella luce irradiata, plastiche nella rappresentazione del racconto.
Vasconi, pittore futurista per il divenire delle forme? Pittore spazialista per la conquista e il dominio della luce e dell’ambiente? Vasconi pittore! E tanto basta.

Stefano Cortina

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