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2004 – Valerio Vigorelli – Il mistero liturgico di Franco Vasconi

II maestro Franco Vasconi e come un palinsesto: come parla così dipinge. Se di un suo quadro, unico, personale, originale, inconfondibile, potete fare dieci quadri, normali, descrittivi, univoci; di una sola conversazione di un’ora (lasciatelo parlare) potete fare dieci discorsi, diciamo cosi, monotematici.

Eppure, quando la sua pittura entra in chiesa, è come un fedele che passa dal profano al sacro, dal temporale e materiale allo spirituale ed eterno. Si riordina, si concentra, si conforma ad una ritualità

condivisibile e comunitaria in cui la spiritualità si fa liturgia, culto ecclesiale, librato tra cielo e terra.

Tutto ciò è frutto di un cammino semisecolare, iniziato con lo stile semplice, quasi “primitivo” della Scuola Beato Angelico degli anni ‘3O, quando Franco giovinetto vi approda e partecipa a quel “riordino del creato” che Polvara teorizzava nei suoi Trattati Teorico Pratici di Principi Estetici, come compito e identità dell’artista. Partendo dai dipinti, ormai consacrati dalla semisecolarità di Castelnuovo Bormida (1953-54), vogliamo qui documentare i non pochi lavori da lui eseguiti degnamente in chiese e contesti liturgici; perché nelle non poche monografie o nei cataloghi a lui dedicati manca ancora un regesto delle pitture, specialmente murali, eseguite per le chiese.

L’organica decorazione della chiesa parrocchiale di Castelnuovo Bormida (AL), che compie quest’anno cinquant’anni, pur rimanendo l’opera piu vasta e liturgicamente piu significativa, non rappresenta che l’esordio del suo servizio ecclesiale.

Approdato alla Scuola d’Arte Cristiana Beato Angelico, come “piccolo aspirante” di soli tredici anni, nel 1933, la sua prima opera liturgica é datata a dieci anni dopo, avendo proseguito gli studi al liceo artistico di Brera (non esisteva ancora alla Beato Angelico il Liceo legalmente riconosciuto che aprirà solo nel 1946). Si tratta di una pala a olio su tela (1944) col Sacro Cuore, San Francesco e Santa Caterina da Siena, i Patroni d’Italia. Inserita nel contesto architettonico di una cappella laterale della Chiesa di S. Maria Segreta in Piazza Tommaseo a Milano, costruita in stile neobarocco nel primo Novecento (ivi trasferendo il titolo della chiesa demolita in centro città, nella via che ne porta ancora il nome), quest’opera mostra una capacità matura, un pieno possesso delle facoltà espressive, mimetizzandosi (senza forzature) nella sue cornice, ma con freschezza e personalità.

Nell’elenco che trovo in La nuova fgurazione di Vasconi a firma di Franco Cajani, che tengo come guida, seguono tre opere nel varesotto: nel 1948 una fresca pale di S. Giovanni Bosco e di S. Domenico Savio, olio su tela, dipinto per la chiesa di Baraggia di Viggiu; nel 1950 un altro olio con S. Carlo in contemplazione del Crocifisso per l’omonima cappella di Cuasso al Monte: un lavoro, direi più classico, ispirato ai modelli coevi al santo arcivescovo milanese; dello stesso anno è il S. Antonio Abate a Cuasso al Piano.

Veniamo cosi al ciclo decorativo della chiesa parrocchiale di Castelnuovo Bormida, che deve avere segnato una tappa importante nel currilculum di Vasconi ecclesiale.

La chiesa parrocchiale di Castelnuovo Bormida denuncia all’interno la sue antichità (risale al sec. XII) nella struttura romano gotica, più che nello schema rinascimentale della sue facciata. Da Vasconi è stata interamente e continuativamente decorata in tutte le sue superfici interne ad affresco, sia nelle grandi pitture come nelle decorazioni che occupano lunette, sottarchi e volte a crociera.

Ci interessa l’opera di Vasconi in questa chiesa, soprattutto, ma non solo, dal punto di vista iconografico. Notiamo intanto l’unità di stile e l’armonia cromatica d’insieme che denote una perizia nella pittura murale, pur nella varietà dei temi e delle diverse funzioni: illustrative, didattiche, decorative. Ciò che colpisce è la conformità dell’insieme all’ispirazione della Scuola Beato Angelico con la quale, o almeno con l’operato della quale, Vasconi deve aver conservato una certa consuetudine, come risulterà appresso.

Ma già possiamo confrontare questo lavoro con la chiesa di S. Eusebio a Vercelli, di S. Eusebio ad Agrate, di S. Maria Beltrade a Milano.

Il teste chiave di questo rapporto è la composizione dell’affresco sulla parete destra del presbiterio, che non e difficile fare risalire tematicamente al gran de affresco di San Pietro al Monte a Civate, ove gli studenti e dirigenti della Scuola Beato Angelico trascorrevano le vacanze estive. Si tratta di un tema trattato anche da Antonio Martinotti a San Martino di Bollate (MI), che certamente Vasconi conosceva, e da Ernesto Bergagna, sia pure in modo diverso, nella cappella dei teologi a Venegono (VA).

Nella parete di fronte, a Castelnuovo, troviamo l’Annunciazione, tema iconografico, sempre presente sia nella tradizione orientale, che in quella occidentale, spesso rievocato dalla Beato Angelico come evento che introduce nel “Sancta Sanctorum” della chiesa, cioè in quella che oggi si chiama area presbiterale, connessa ad una sensibilità che esprimeva la progressione dalla liturgia terrestre a quella celeste: l’Annunciazione è raffigurazione del mistero dell’Incarnazione, da cui inizia l’era messianica della sacralità per eccellenza, dell’umanità-divinità di Cristo.

La decorazione simbolico-figurativa del corpo della chiesa di Castelnuovo Bormida illustra i temi laudativi della pietà mariana, con la cura di indicare ai fedeli gli atteggiamenti e persino i gesti della preghiera espressi dalle figure angeliche che inquadrano i vari simboli.

Anche nella composizione semplice e tradizionale Vasconi non si prende l’arbitrio di cambiare, per spirito di novità fine a se stessa, il contenuto della fede, ma non si esime da enunciarla con il timbro della sue voce personale, quale si evidenzia nei termini stilistici nel suo fare pittura e si manifesta nei particolari che presentiamo.

Questo rispetto del messaggio della fede ha consentito a Vasconi di aggiungere la sue voce pittorica a quella di tanti artisti che ne hanno tradotto l’insegnamento lungo i secoli dell’arte cristiana.

Ciò spiega come un artista contemporaneo, affermato a livello internazionale e con una espressione personale che invano si è cercato di iscrivere negli “ismi” dell’arte contemporanea, ha goduto la fiducia dei committenti ecclesiastici) e senza inutili scandali si è inserito nel ministero liturgico dell’arte con un apporto garbatamente personale.

Troviamo perciò nella vecchia parrocchiale di Limito (MI), due affreschi del profeta Elia e di Mosé di fronte al roveto ardente (1956); nel 1956-57 gli affreschi del battistero nella chiesa di S. Agostino a Milano, e così nell’anno successivo gli affreschi pure del battistero nella parrocchiale di Corsico (MI). E’ del 1957 l’ immagine devota dell’Immacolata nella Cappella della Stazione Centrale a Milano.

Nel 1973 Vasconi riprende il tema della SS. Trinità, secondo lo schema masaccesco, nella chiesa di S. Carlo sul Sasso del Cresciano in Canton Ticino, e del 1989 sono gli affreschi alle cappelle della Via Crucis a Besano (VA), inaugurate dal Card. Martini.

Di particolare interesse voglio segnalare un gruppo di opere in cui Vasconi si cimenta a far confluire nel linguaggio figurativo tradizionale e di facile lettura le sue ricerche “palinsestiche” (mi si passi la parola) della sue produzione personale, svincolate da pur plausibili esigenze di una ortodossa committenza. Le presentiamo qui quasi a titolo interlocutorio sembrandoci non in degne di iscriversi anch’esse in un accettabile ministero liturgico: una crocifissione nella parrocchiale di Roe di Sadico (BL) (1975), la cupola di S. Giuseppe a Vailate (CR) con gli Evangelisti nei quattro pennacchi (anni ’90) e il grande mosaico del Battesimo di Gesù nella parrocchia del S. Rosario a Milano.

Conclusione

“L’arte religiosa non e un fatto d’arte, e un fatto di religione: anche gli ecclesiastici lo torneranno a capire”, questo pensiero di Giò Ponti si potrebbe scrivere in apertura a questa presentazione dell’opera ecclesiale di Franco Vasconi, che in essa ha prodotto e saputo produrre un fatto religioso perché questo gli e stato commissionato. Ha saputo liberarsi di quella soggettività che porta l’artista a fare “arte” a tutti i costi senza preoccuparsi di comunicare.

Forse non ci saranno critici o curiosi a visitare le sue opere religiose, quanti invece ve ne sono e ve ne furono a visitare le sue numerose mostre personali o collettive, ma non era per questo che dovevano servire i suoi affreschi. Essi dovevano aiutare i fedeli nel loro quotidiano incontrarsi con Dio nella preghiera…. “Nessun altro fine essendo loro assegnato se non di contribuire …. a indirizzare le menti degli uomini a Dio “. (Cost. Sacrosanctum Concilium).

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