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2003 – Silvio Locatelli – Dell’immaginario

E’ un lungo percorso a ritroso parlare di Franco Vasconi. Oggi Vasconi è un pittore molto noto. Basti pensare a quanti hanno scritto di lui, della sua arte. Pittore, scultore, scenografo, grafico. In quanti hanno definito o cercato di definire la sua arte? A volte con rísultati eccellenti, a volte un po` perduti a cercare le sue motivazioni, le problematiche, la simbologia delle sue figurazioni. Ci hanno provato nomi illustri: Borlotti, I’amico e maestro, pittore e critico, Leonardo Borgese, Dino Buzzati, Mario De Micheli, Ugo Nebbia, Gabriele Mandel, Dino Villani, Franco Passoni, Alberico Sala, Raffaele De Grada, Roberto Sanesi, Franco Cajani, Sebastiano Grasso ed Ermanno Krumm, e non ho citato che i più noti, almeno al grande pubblico.

La stagione di Vasconi si è aperta subio, nell’immediato dopoguerra, suscitando vivo interesse. L’ho conosciuto allora, e siamo diventati amici, sovente in affettuosa collaborazione.

Sempre affascinato dall’arte, sempre teso a cercare di capirne il linguaggio, sempre incapace di tenere in mano una matita, invidiavo lui, i suoi amici, come Brusamolino, Remo Bianco, Renato Paltrinieri, Arturo Scaglioni, tutti sempre pronti a disegnare, a dipingere a buttare giù idee, tutti a invidiare la maniera semplice con la quale De Pisis,

che lì, in zona Paolo Sarpi a Milano, a due passi dallo studio di Paltrinieri, sovente nostro punto d’incontro, dava vita ai suoi splendidi fiori davanti ai nostri occhi, nel suo studio francescano, spremendo il colore sulla tela direttamente dai tubetti. Tutti pensavamo alla possibilità di imitarlo, vedendolo creare così le sue opere, con tanta apparente facilità, ma la sua era magia inarrivabile, inarrivabile persino per Remo Bianco, l’allievo prediletto, che ebbe poi grande notorietà con geniali creazioni tridimensionali.

Allora mi occupavo di teatro, alla Casa della Cultura di Milano, dove il nostre gruppo, nel quale c’erano Luciano Verona, poi professore di francese alla Bocconi, anche lui carissimo amico di tutti, e la moglie di Franeo Vasconi Carla. Eravamo tutti impegnati a far conoscere gli autori che l’Italia fascsta non aveva mai accolto, da Brecht, a Caragiale, a Supervielle, a Adamov, a Piscator, ad Audiberti quest`ultimo per anni in programma al “Piccolo” senza che mai arrivasse sulla scena. E’ stato un momento di lavoro fecondo. C’erano intorno a noi, a condividere il nostro interesse Lelio Basso, Franco Fortini, Guido Piovene e a catalizzare tutti c’era il grande fervore della giovane e affascinante Rossana Rossanda, l’anima della Casa della Cultura.

Franco Vasconi era spesso con noi. Lui non ha mai perso un solo istante dell`attivita in cui era impegnata la moglie e buttava giù schizzi di tutto di tutti con instancabile curiosità.

Vasconi non lasciava mai la matita e il suo blocco di carta da disegno Per luì c’era l’eterno bisogno di cogliere inmagini di dar vita a sensazioni,di schizzare ambienti, di ascoltare per tradurre in segni il suono delle parole e le fantasie del pensiero. Ma non ci era vicino nella nostra visione della vita. L’ho capito più tardi e mi ci ha fatto pensare il senso della sua religiosità.

Si parla molto dalla nuova figurazione di Vasconi, dell`immagine nascosta dí Vasconi, si parla molto della sua tecnica, del suo modo di sottrarre la compiutezza dell’immagine esibita in una frantumazione seducente e della sua maniera di obbligarti a cercare il senso delle raffigurazioni accennate, nascoste. sovrapposte, in simbiosi con altre creature, con la natura stessa, con le creazioni mentali, fantasie di un mondo onirico pur sempre impregnato di realtà, ma non ci si è fermati torse abbastanza sulla spiritualità della sua arte. Vasconi è anche un importante affrescatore. Si vadano a vedere i suoi lavori in Santa Maria Segreta di Milano, a Baraggia di Viggiù, a Cavagnano, il San Carlo di Quasso al Monte, al Battistero di Quasso al Piano, alla Parrocchiale di Corsico, alla Parrocchiale di Castelnuovo Bormida, a Limito, al Battistero della Basilica di Sant’Agostino a Milano, alla cappella della Stazione centrale di Milano. si vadano a vedere gli aftreschi nelle quattordici cappelle della Via Crucis a Besano. nel varesotto, perché penso proprio che la chiave di lettura dell’arte di Vasconi vada cercata qui, vada ritrovata soprattutto in un suo quadro del 1945, molto noto, “La preghiera”, gelosamente custodito in casa, perché Vasconi non ha mai voluto cedere questa sua splendída creazione. E’ un quadro dove si sente vibrare fortemente la certezza spirituale. Due uomini inginocchiati a pregare, un adolescente m piedi. Tre generazioni. L’eternità del credo religioso. La cerezza di una vita vera oltre la vita terrena, la riflessione e la spiritualità, la fede nella promessa eterna e la serenità che traspare dalla tre figure. Il personaggio più anziano a capo chino, per la vicinanza più stretta al compimento dell’attesa, lo sguardo alto dell’uomo nella pienezza della vita. Uno sguardo sereno di chi ha un punto di riferimento netto, indiscutibile, il volto dolce dell’adolescente, nell’accettazione di una verità cui è stato indirizzato nella casa paterna. Tre generazioni, un credo. Tutto il resto della sua arte religiosa è generato da questa visione della vita, da questo sentimento, da questa disposizione dello spirito. Le sue Trinità, le sue Vie Crucis, i suoi Battesimi del Cristo, la raffigurazione del Battista, la stessa Madonnina del Duomo di Milano che svetta in un cielo purissimo, dove appare come luce nella luce, qui dobbiamo scoprire il punto di convergenza dell’arte di Vasconi.

L’amico Franco ha trovato presto il suo linguaggio pittorico, Cosi ricco, così pieno di possibilità espressive da non averlo più abbandonato.

Si è parlato tanto di Ennio Morlotti, del suo influsso sull’arte di Franco Nlasconi. Certamente la cosa non può essere taciuta, né sottovalutata. Morlotti è stato in un certo senso il maestro di Vasconi e poi, per un breve periodo, il compagno di strada. Vasconi e Morlotti per mesi furono insieme “davanti ai cavalletti di una scuola”, scrisse Rombi, uno dei suoi primi critici.. sì

Presenza di Morlotti nella pittura di Vasconi? Sì, non c’è dubbio. Ma la cultura fa parte indissolubile della propria maturità. Postimpressionisti, nabis, surrealisti, futuristi. Chi non li conosce, chi non si sente toccato da tanta magia, da tanta virtù nel saper osservare, nel fantasticare, nel creare? Senza cultura si rischia di ripartire da zero. Come scriveva in tempi ormai lontani François Rabelais, ogni generazione è superiore alla precedente, perché parte da quella esperienza, procede nel campo del sapere e della creazione. Nessuno vuoi dimenticare quanto si deve ai padri, ma è ancora più importante proseguire, non trascurando di rendere omaggio al passato.

Se è vero, come scriveva nel lontano 1100 Bernardo di Chartres, che “Noi siamo come nani appollaiati su spalle di giganti e riusciamo a vedere di più e più lontano di loro, non perché la non perchè la

nostra vista è piu acuta o la nostra statura più alta. ma perché essi ci portano in alto e ci sollevano sopra la loro straordinaria altezza”, è anche vero che il nostro impegno rende omaggio al loro dono e di loro ci rende degni.

E’ difficile quindi dire da quale corrente Vasconi sia uscito. Ha trasformato tutte le sue conoscenze pittoriche in una maniera sua di esprimersi. Il suo linguaggio è il linguaggio indiscusso di Vasconi. Una volta creato, I’artista non ha più avuto bisogno di cambiarlo. Vasconi può dire tutto quello che vuole con quella che può considerare ormai la sua scrittura genetica.

Si è discusso sulla sua tecnica. come quella di spiegazzare la carta, di farvi apparire delle figure, di trattarle poi come apparizioni di un mondo virtuale, sovente nude, come riaggancio alla creazione, come ricordi michelangioeschi, come figurazioni dello spirito. In realtà Vasconi ha incominciato a comporre un poema senza mai pensare a concluderlo. E non è immaginabile che esista un traguardo raggiungibile. Mi ha toccato una puntuale osservazione di Dino Buzzati, quando notò di aver trovato in Vasconi delle “figure tutte rotte accartocciate, sfaldate, così da assomigliare a rilievi orografici che si agitano in una luce di crepuscolo”

Mi sarebbe piaciuto approfondire questo argomento con Buzzati stesso, che per anni ho avuto di fronte a me, nella sua stanza del “Corriere della sera” negli anni Cinquanta, nel palazzo di via Solferino, dove era ospitata la redazione milanese della “France Presse”, di cui facevo parte, ma Buzzati amava poco parlare. O scriveva, o disegnava. Eppure il mondo di Buzzati non era molto diverso da quello di Vasconi. Si sarebbero potuti capire benissimo. L’uno vòlto a qualche cosa che sarebbe potuto arrivare, in un attesa senza fine, nel dubbio che forse niente sarebbe mai accaduto, l’altro nell’attesa di qualche cosa che sarebbe arrivata ineluttabilmente. L’uno sempre chiuso in se stesso, impegnato in un dialogo interiore che ammetteva solo controllate e piccolissime inserzioni di luce, l’altro volto a un dialogo ininterrotto, sempre pronto a captare tutto ha tutti. L’uno vòlto cercare spiegazioni al di fuori di se stesso, in un mondo facilmente ostile, spesso agghiacciante, del tutto incomprensibile, vicino alla concezionedell’assurdo di Albert Camus, l’altro tutto teso a esaltazioni antropomorfe.

“Quando disegno la figura umana, dichiara Franco Vasconi a Franco Cajani, è come se guardassi dentro me stesso. è una sorta di analisi introspettiva. Tutte le cose eterne, dalle montagne al mare, dalle rocce agli alberi, sono delle realtà oggettive che diventano significanti solo attravero l’interpretazione dell’uomo. Per questo l’essere umamo si trova al centro del mio discorso, in considerazione anche che solo in lui esiste una vera realtà interiore. Il problema e dunque quello di scoprire l’uomo evidenziando tutte le sue prerogative e di inventarlo sulla tela”.

E come diversamente si può leggere questa affermazione se non come la testimonianza di un credo?

L’uomo al centro del suo interesse. L’uomo, questo mistero che ha accentrato da secoli l’attenzione di filosofi e artisti. L’uomo figlio di Dio, di fronte all’impegno della vita e alla comprensione della morte, che ha fatto scrivere al grande Leonardo parole seducenti, per spiegare il desiderio di ogni creatura di ritrovare la sua vera patria. Leonardo vede questo anelito come il volo di una farfalla verso la luce e sottolinea che l’uomo, in un perpetuo desiderio di impazienza gioiosa, sempre aspettando la nuova primavera, sempre aspettando la nuova estate, sempre aspettando i nuovi mesi e i nuovi anni, trova il tempo troppo lungo per raggiungere le cose ambite, non accorgendosi così di desiderare la propria morte. Ma tutto ciò altro non è se non lo spirito degli elementi la quintessenza rinchiusa nell’anima che sempre aspira a tornare dal corpo dell’uomo verso Colui che ve l’ha posta.

Indubbiamente si può parlare di una carica simbolista nella pittura di Vasconi. Ma come non ricorrere al simbolo quamdo si vogliono affrontare temi in cui la spiritualità è travasata a piene mani?

Non è soltanto l’uomo a interessare Vasconi, quanto il fine dell’uomo, quanto di tematiche spirituale è impregnata la sua vita, quanto di manifestazioni e di ragione divina sono dentro la realta dei mondo.

Esiste per l’artista una verità che abbiamo quotidianamente sotto già occhi e che sovente non riusciamo a interpretare, ma esiste anche una realta dello spirito che ha bisogno dell’attenzione massima. Davanti a noi la realtà è annebbiata da un velario che dobbiamo cercare di sollevare.

Ogni quadro di Vasconi ha una doppia realtà che richiede una lettura attenta. Il diaframma che protegge le sue figure, proponendole in una dimensione onirica è l’invito alla riflessione. Siamo certi di essere immersi nella realtà della vita o siamo in attesa di ìnterpretare le ragioni dell’esistenza che riusciamo a intuire senza avere la possibilità di una lettura in chiaro?

Vasconi si muove in una sincronia creativa che ritroviamo nelle sue tele come nei suoi affreschi e persino nelle sue scenografie teatrali. Se la vita è movimento e attesa, Vasconi la raffigura nella maniera più esplicita. La staticità non fa parte del suo mondo.

Roberto Guiducci ha sintetizzato bene l’idea espressa dall’onnipresenza dei cavalli nelle sue tele: “E’ una serie che mi sembra assai significativa. Tutti questí cavalli sono insieme viaggio, arrivo e tentativo di evasione” Viaggio e arrivo; ma l’arrivo non fa parte del mondo esistenziale di Vasconi, più che altro sono l’espressione del bisogno di andare, di raggiungere una meta che va conquistata gagliardamente, in piena consapevolezza della necessità catartica, maturazione dell’impegno umano.

L’astrazione non di rado cede il passo al quotidiano. Si vedano lo tele dedicate al calcio, si vedano gli omaggi alle Ferrari da corsa. Anche qui realtà ed esaltazione dinamica sono in parallelo. Viene facile pensare al futurismo, a quel movimento che voleva invece essere conosciuto come “dinamismo’. Tornano alla mente certe consacrazioni di Balla o di Boccioni, che trovano in Masconi un’iterazione di straordinario vigore evocativo. Tutto è movimento in Vasconi, perché il movimento è vita. E’ un concetto che ritroviamo anche in opere come la”Banda” musicale, persino nel “Concerto”. Corno, tromba, trombone, tamburo, arpa, clarino, sassofono sono vibranti di note, anche quando appariscono in attesa di liberare il suono. E la musica è movimento, tanto che il vocabolo fa parte della terminologia musicale universale. La staticità non è il tema dominante neppure delle sue architetture, che sembrano progetti in perenne ascesa istanti di passaggio creativo per un’affermazione spaziale.

Solo i grandi pilastri della lede sono testimonianza di solenne fermezza: la Crocifissione, il Battesimo, la Trinita, celebrati quali riferimenti eterni, inamovibili, cui fa riscontro, in tempo laico, il suo “Omaggio alla Libertà”, lo splendido affresco di Seregno, che esalta con una tavolozza rosseggiante l’accostamento del martirio umano al martirio divino per il trionfo della dignità umana.

C’è una forte espressione virile in quest’opera, quella fermezza e quella consapevolezza espressiva che ritroviamo nella sua scultura.

Non c’è alcun cambiamento di rotta nella tematica dell’intera opera dell’artista. A cominciare dall’Eros, una delle sue sculture più significative, sintesi del concetto legato alle pulsioni della vita. La coppia per Vasconi è la realtà del divenire. La coppia è la materializzazione dell’amore nel segno della continuità della vita, così come “Il martirio” riporta alla consapevolezza del dolore e del sacrifico, in uno slancio verticale delle due figure allacciate, testimonianza di un’invocazione a Dio, così come il “Nucleo” sembra onorare nel movimento allacciato della coppia una splendida figurazione poetica, giacché “la poesia, scrive Paul Eluard, è la realtà stessa, cioè l’annullamento delI’artista nella verità rivelata”.

La”cavalla”, splendido bronzo del 2000, è forse, per parte sua, la più immediata esaltazione del movimento. proprio perché alla caduta l’animale si ribella, tende il collo e la testa, pronto a riprendere lo slancio, essendo la resa inaccettabile da chi affronta la vita nel segno della presenza e del confronto. E’ il concetto che trova la massima esaltazione in “Simbiosi”, gruppo scultoreo in bronzo in cui ogni figura sembra partecipare al perenne movimento cosmico.

Figurazione e astrazione nella pittura di Vasconi sono il richiamo alla lettura per quello che appare e per quanto parrebbe celarsi. Proposizione binaria. dunque, concretizzata da una tecnica pittorica assai particolare, basata inequivocabilmente su un’attenta ricerca luminosa.

Quanto, tuttavia, la sua pittura, che pur ha amato la concretezza delle tavole di Morlotti e di Burri nella corposità materica che tanto peso ha avuto nelI’arte contemporanea, si è staccata da questi stilemi! Vasconi ha cercato lo scollamento dallo spessore cromatico per una leggerezza di combinazione luminosa. Oserei dire, infine, che Vasconi ha cercato di realizzare quello che scrisse Montaigne, il grande saggio del 1500: “Bisogna scegliere come mestiere e arte propria quella per costruire il proprio capolavoro, la propria vita”, per imparare a vedere, per imparare a trasmettere le proprie intuizioni per partecipare alla vita del mondo, nella comunione con i compagni di viaggio, in un dialogo senza fine, per cercare di capire.

Silvio Locatelli (2003)

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