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1998 – Gianluigi Colin – I colori delle nostre utopie

Busto Arsizio (VA), Galleria d’Arte Palmieri, dal 9 al 24 maggio 1998

FRANCO VASCONI

I colori delle nostre utopie

Esiste il profumo della creazione? Quello dei pittori ha i contorni acri dei colori ad olio, della trementina, delle tante vernici per fissare la materia alle tele. Anche nello studio di Franco Vasconi, in cima a un grattacielo, in una mansarda che guarda lontana i colori di Milano, si respira quest’aria prodiga di emozioni.

Dalle ampie vetrate il sole filtra leggero e si insinua tra le tele accatastate una sull’altra, tenute 1ì, chissà, in un disordine costruito, frutto di un ordine mentale imperscrutabile. Dappertutto fogli, vasi, ciotole, pennelli, cartoni. In un angolo, con una copertina di carta blu logorata dal tempo, un quaderno di schizzi: figure di donne, cavalli, maternità, temi centrali della poetica dell’artista: tratti rapidi, diventati a volte opere compiute o spesso rimasti soltanto appunti visivi, segni di una creatività mai sopita.

Qui, in questo studio, Vasconi lavora. E a volte scrive: appunti, pensieri sparsi, parole annotate qua e là, come ci fosse la necessità di archiviare l’emozione di una lettura. Leggiamo: “In lui l’anatomia diviene musica. In lui il corpo umano e materiale quasi puramente architettonico. I corpi vengono mossi al di là del loro perché logico e le linee melodiche dei muscoli si inseguono con legge musicale non con logica legge rappresentativa“.

Quel “lui” descritto in modo così intenso altro non è che Michelangelo e a scrivere questa partecipe “critica” è stato Umberto Boccioni nel 1911. Non è strano che Franco Vasconi sia rimasto affascinato da queste parole, tanto da annotarle sul suo quaderno di schizzi. In tutta la poetica di Vasconi cogliamo, infatti, la stessa attenzione verso la figura, verso la plasticità dei corpi soprattutto verso il movimento.

Franco Vasconi è un iconauta. Un navigatore della visione. Un artista che ci prende per mano e ci accompagna in una percezione della realtà costruita sulla rapidità dello sguardo, sulla dimensione allusiva in un continuo gioco di rimandi tra figuratismo e astrazione.

Classe 1920, nasce a Spigno Monferrato, in provincia di Alessandria. Studia a Milano, frequenta il liceo artistico di Brera e la scuola d’arte sacra Beato Angelico. La sua ricerca comincia a trovare forma in un naturalismo plastico e cromatico che lo accomuna a Ennio Morlotti, con il quale divide, proprio al Beato Angelico, le inquietudini davanti ai colori e alle tele vergini.

Ben presto, però, Vasconi sente la necessità di trovare un proprio linguaggio e si afferma con un segno forte, ricco di suggestioni, carico di personalità, benché con alcuni influssi, come annota Dino Buzzati, ” …di certi moduli del simultaneismo futurista“. E il celebre scrittore e critico del “Corriere della Sera” sentenzia: “Un temperamento singolare”.

Buzzati aveva ragione. Franco Vasconi ha sicuramente un temperamento singolare. Chiunque abbia la fortuna di incontrarlo sa quanto questo artista sia capace di trasmettere una straordinaria energia. La sua pittura, composita, avvolgente, ricca di tonalità sovrapposte, riesce a trasmettere la stessa forza vitale, semplice e al tempo stesso impetuosa. Vasconi è per una pittura sensitiva che tende ad abolire ogni forma di filtro culturale, di pregiudizio.

La visione di Vasconi viene da lontano. C’e naturalmente Morlotti, ma anche Boccioni, Burri, Bacon. Eppure, curiosamente, c’e qualcosa, nel dipingere di Vasconi, che lo accomuna ad alcuni artisti contemporanei della cyber generation. Paradossalmente, questo giovane settantasettenne si muove con lo stesso spirito di chi oggi lavora per le illustrazioni di Wired.

-“Ah! Sapessi usare un computer”, scherza Vasconi. Già, oggi molti giovani artisti lavorano sulle sue stesse trasparenze, sull’aggregazione delle figure in una composizione costruita sull’intreccio di tonalità, tanto da offrire un gioco cangiante di luci e ombre. In tutto questo c’e il desiderio continuo di conoscere, di sperimentare.

La sua è una pittura che si muove attraverso un universo visionario ma con un occhio vigile ai temi centrali del nostro vivere contemporaneo. La poetica e tuttavia ricca di una pudica sacralità: il nucleo, la famiglia, la maternità come elemento centrale, come inizio primario del tutto. Ma c’e anche il vivere quotidiano, il fascino del movimento e della forza (i cavalli, le auto sportive, persino i calciatori) e i grandi temi della cronaca, dunque, come riflessione civile sui problemi della società contemporanea.

Franco Vasconi si muove dentro una pittura che ci offre la connessione tra il visibile e l’invisibile. Viviamo in un mondo dove 1’astrazione, 1’incomprensibilità, il teatro globale dell’inquietudine, sembra avere una irrefrenabile e prepotente affermazione. I suoi dipinti appaiono come la fusione tra la forma rassicurante del conosciuto e i segni dell’incomprensione. Vasconi, in fondo, sembra insegnarci a guardare oltre ciò che ci appare, a osservare dentro noi stessi e trovare i colori dei nostri sogni, delle nostre speranze, delle nostre utopie.

Gianluigi Colin (1998)

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