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1991 – Alberico Sala – La storia di San Giuseppe

Benché il pittore riproponesse, nelle frequenti mostre personali, una immagine del proprio lavoro affidata ad una pittura cellulare, parcellizzata, scomposta e ricomposta in un ordine prismatico, tanto più rigoroso e intenso nelle prospettive compresse, tuttavia permaneva l’intuizione di proiezioni in spazi più vasti, di una tensione organizzativa più complessa.

E la conferma (attraverso gli anni, una lunga storia coerente, pur nella ricerca di nuove aperture), l’ho incontrata limpida ed esauriente, osservando Franco Vasconi che a Vailate, lavorava dentro la tazza luminosa della armoniosa cupola d’una chiesetta quattrocentesca (forse, d’impianto anche più antico), dedicata a San Giuseppe. Fino al 1786 era stata l’oratorio della Scuola intitolata sempre allo sposo di Maria, una confraternita civilmente riconosciuta fin dal 1553, e riconfermata, per volontà di San Carlo l’11 marzo del 1610. Il priore della confraternita, e i disciplini, vestivano un sacco di colore celeste. Venivano sepolti nel sottosuolo della chiesa parrocchiale, in un loculo comune.

Nella meta del Settecento la Scuola possedeva dei beni in campi e case, botteghe, una dote proveniente da eredità e lasciti. L’Imperial regio governo austriaco soppresse la Scuola nel 1786, e la chiesa diventò cappella sussidiaria della parrocchiale. Rimasta senza Tesoro spirituale, e nonostante il legato del fortunato e devoto ciabattino Vincenzo Bolzoni che, nel 1837, l’aveva dotata di beneficio per cerimonie festive, più trecento messe feriali, la chiesetta cadde nell’abbandono.

Alla fine del 1851, fu necessario riparare il tetto della navata maggiore, che s’era addossato alla volta. La sera del 27 marzo 1883 (come si legge nella storia vailatese di Don Vittorio Tanzi Montebello, edizione del 1932), un furioso temporale decapitava il campanile, frantumava vetri; un fulmine s’abbatteva sull’altare barocco, in marmi policromi, bruciacchiando alcuni brani del dipinto con San Giuseppe, del Settecento, scaricandosi infine, con gran bagliore, oltre la stanza di <<due promessi, che tubavano non curanti del nembo>>.

Del dipinto, d’autore ignoto, <<raffigurante il santo Carpentiere in contemplazione estatica di Gesù, grandicello, più dominatore che suddito, per impulso, e sotto lo sguardo di Maria, la madre>>, venne eseguita una copia dal pittore di Caravaggio Angelo Brigatti, popolarmente noto come <<il madonnaro>>.

Con il Novecento, la chiesetta s’arricchì d’una campana nuova, di una statua, di arredi e mobili. Alcuni lavori di consolidamento, vennero compiuti nel 1943-44. Un restauro radicale venne attuato nella seconda metà degli anni Ottanta. Risanata e restituita alla nitida, semplice architettura delle origini, nel suggestivo gioco dell’intonaco chiaro e del mite fuoco dei mattoni a vista, San Giuseppe mostrava, le sue tre navate, e la cupola spoglie di immagini.

Un tempo non dovevano mancarne, se nella sistemazione della parete ad ovest, nello spazio che abbraccia l’altare, erano venuti alla luce, infatti, nebulose di affreschi e, sparsamente, frammenti decorativi, in condizioni tali, purtroppo, da escludere sia un restauro in loco, che uno strappo. Sono la testimonianza di un decoro antico, e stimolarono l’idea di arricchire l’architettura con affreschi e dipinti di artisti contemporanei in una spontanea, fervorosa offerta.

II primo a porgere il fiore del proprio lavoro fu lo scultore austriaco Harry Rosenthal, da tanti anni vivente e operante a Milano (in Lombardia sono molti i suoi monumenti), che ha modellato con moderna sensibilità le formelle in cotto, suggestivamente montate, della Via Crucis, una figurazione rigorosa, di grande suggerenza drammatica.

Prontamente, poi, ha risposto all’appello degli <<amici di San Giuseppe>>, il trevigliese Trento Longaretti (che non ha dimenticato, pur fra i riconoscimenti internazionali, le sue radici), con due quadri: una Sacra famiglia e una Annunciazione, di grande eleganza formale e intensa spiritualità. Poi, un’estate, febbrilmente lavorando da mattina a sera, fra il reverente e commosso consenso degli abitanti del quartiere ed il conforto della dottrina e della simpatia del parroco, Don Linneo Ronchi, Pietro Gauli (uno dei pochi a praticare felicemente questa difficile tecnica), realizzò tre affreschi di veemente composizione e squillante ricchezza cromatica.

Fu, poi, la volta dello scultore Marco Mantovani che modellò, per una teca dentro uno dei pilastri, un crocifisso di espressiva forza plastica, e del pittore lom1ardo Walter Bellocchio autore di due grandi teleri: una Bottega di Nazareth, colma di luce, di serena operosità, ed una drammatica Crocifissione, ambientata nel paesaggio vailatese.

All’inizio degli anni Novanta, ecco l’entusiasmo di Franco Vasconi: come vide la chiesa, di colpo animò gli spazi della cupola, illuminata da finestrelle, e delle quattro vele, con le figure sacre che avrebbe, fulmineamente, abbozzate sul cartone. Nel cielo della cupola dispose la Trinità , secondo la tradizionale simbologia, ma senza rinunciare alle qualità peculiari del proprio stile. Nei triangoli delle vele collocò i quattro evangelisti nella loro trasparente personalità.

Una così accesa e sicura creatività mi fu chiara scorrendo il saggio, così puntuale, dell’amico Franco Cajani, che ha esplorato i primi movimenti della nuova figurazione di Franco Vasconi e fissato come, fin dalle prime prove, egli avesse manifestato interesse per l’universo religioso. L’opera più impegnativa della sua inaugurale mostra del 1957 (presentata dal gran maestro lombardo Ennio Morlotti, ch’è anche critico colto ed acuto) s’intitolava La preghiera, e presupponeva, certo, gl studi presso la Scuola d’Arte Superiore Cristiana Beato Angelico, con Guseppe Polvara, e il magistero a Brera di quel patriarca che fu Aldo Carpi, assertore dell’identità fra etica ed estetica.

Qui s’innesta la esperienza ripetuta di Vasconi con l’affresco, in diversi luoghi sacri, confermando la sua vocazione a dipingere temi solenni con levità. Una dimensione spirituale che si fissa nelle frantumazioni luminose, regolate da un’ottica personalissima, che costruisce architetture di luce, più cromatiche che segniche.

I dipinti della chiesa Giuseppe, la Trinità e gli Evangelisti, testimoniano la maturità di Franco Vasconi, la sua costanza nel non mortificare le forme della buona realtà, rivelandole nella loro essenza, nella loro più segreta natura, attraverso la poliedrica qualità del linguaggio.

Ho pensato i muri della chiesetta di San Giuseppe, a due passi da dove sono nato (mia madre con le amiche sedeva sulla soglia dopo l’Angelus, a conversare, col sentimento della casa comune), come lo spartito di una polifonia remota e freschissima; come le pagine di un libro spogliato dal tempo, che aspettava di essere riscritto ed illustrato con le storie della vita dell’Uomo, nella gloria dei cieli e nell’esperienza dolorosa della terra.

Ho visto i muri popolarsi, riempirsi di figure per il lavoro e la generosità di artisti d’ogni estrazione, ciascuno con il proprio linguaggio, il segno della propria fede.

Nella stessa aria, una volta ombreggiata da alti alberi di noce, mio padre, fra difficoltà ed incomprensioni, contemplava il suo sogno di pittore; seguiva il lavoro dei frescanti sulle volte della chiesa nuova. Un mattino li seguì sulla strada ancora impolverata di luna. S’allontanavano a piedi, verso la stazione piu vicina, che è quella di Caravaggio, la terra di Michelangelo Merisi e di Gianfrancesco Straparola. Lì c’e il prato, dov’e sgorgata l’acqua benedetta sotto i piedi della Madonna apparsa alla sposa infelice. Mio nonno li raggiunse; riportò, in calesse, mio padre, il fuggiasco immaginoso, a casa.

E’ passato tanto tempo. Sarebbe quì, sotto la breve, armoniosa cupola di San Giuseppe, a guardare il pittore, ispirato e paziente, nel disegnare e sciogliere i colori, ignaro di lavorare anche per lui, per il ragazzo fuggito da casa, per amore dell’arte.

Alberico Sala

Vailate, Pasqua 1991

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