Back to top

1988 – Marcello Venturoli – “Una operazione da e dentro la prima avanguardia storica”

“Una operazione da e dentro la prima avanguaria storica”

di Marcello Venturoli

Lo studio-mostra permanente del pittore Franco Vasconi a Milano accoglie il visitatore con molte opere di vari periodi che si possono restringere al periodo 1970-1980 e presentano una caratteristica comune, un lungo gesto segnico-cromatico che si sviluppa da quadro a quadro senza soluzione di continuità, come se l’artista avesse dipinto nell’arco della sua maturità una sola mostra di qualche centinaia di lavori: ma Vasconi non amministra una maniera, scava con la lezione di Boccioni nella figura, sovrappone realtà a schema geometrico, non alla maniera dei cubisti analitici che sono i più tipici e diretti nipoti di Cèzanne (prima i divisionisti, poi i fauves e poi, appunto, i cubisti) ma alla maniera dei futuristi che ebbero un impatto più traumatico e sovente in frizione, della realtà con l’astratto. Pretendere che l’artista trovi una soluzione più armoniosa, un equilibrio più sottile fra segno e colore m una sintesi cubista, sarebbe snaturare la sua partenza “italiana” da Boccioni. II segno che chiude una forma, il chiaroscuro che la staglia come volume “ottico”, collaborano ad una sorta di calligrafa, che però è solo uno degli elementi della complessa e originale dialettica del pittore. Infatti, vicino a queste forme concluse, addotte nello spazio mentale della tela, sono strutture di forme astratte, proiezioni e intersecazioni di prospettive, nel senso che il paesaggio si rifiuta di assumere valore di sfondo, trapassa in fasce colorate le figure in primo piano, spiazza la scena come inventario e diventa comprimario di un’apparizione (e questa è anche la lezione cubista, portata ai futuristi da quel grande ambasciatore di avanguardie che fu Severini) che è presenza e ricordo, in una “durata” diversa da quella di qualunque altra immagine frontale, percepita soltanto da una serie di notazioni sensibili.

Ma il pregio di questa dialettica è la consapevolezza dell’artista in “una operazione da e dentro la prima avanguardia storica”; tanto ne è consapevole, che il discorso non è compunto, paludato, in un “gergo chiuso agli anni Dieci, ma affettuoso e cantabile, con un sorriso che gli muove dalla gioia di vivere e di dipingere, d’essere un facitore di pagine d’amore, di diari dell’anima, di affascinanti isole di natura, senza ricorrere a qualunque altro modo ludico che non sia il suo.

Accade di stupirsi a quei suoi intrighi e balenii di figure, a quel divaricarsi e crescere da una donna, un’altra e un’altra ancora come ombre di carne, salire dentro impalpabili scaglie di luce, tra sintesi di piani e chiaroscuri di volumi, attestarsi in quella incollocabilità di inventario, ipotesi sempre diversa e rimandata, eppure tanto accarezzata, della visione.

E un bell’intitolare da parte dell’artista certi quadri col termine di “figurazione”, quando la figura magari è meno di un pretesto e più un’irrinunciabile esigenza di comunicare; egli in tal senso non può non figurare, ma alla condizione che tutti gli attori del dramma si siano dimenticati del copione e facciano scena fuori del palcoscenico.

Nuclei di figure si allineano a far muro d’aria, ali di umane presenze, come nel bei quadro “Spazio e orizzonte esistenziale” (1972). Elementi dinamici o scontri di forze si imbrigliano talvolta in fasce non di paesaggio, ma di infissi di interni, di spazi criptici, come nel piccolo e gremito “Contestazione” (1973). Le sue folle femminili, enucleate e insieme espanse, come se un magma antropomorfico (ove si riconoscono le varie membra senza per altro distinguersi una per una), scorresse entro una valle, fanno un’immagine delle immagini, fluidificata nei rossi e verdi, le due gamme predilette dall’artista, sono caratteristiche, sì, ma non le sole a recitare il dramma vitalistico di Vasconi. La sue tavolozza ha una costante rosso-blu-verde, dicevo, resa splendente da grandi schegge di colore-luce al di là di un cri stallo e non parlo certo del vetro che l’artista ama mettere, forse troppo spesso, davanti alle sue tele; come pure, quanto a soggetti, si puo festeggiare una costante femminina, ovvero familiare, dove la donna ha grandissima parte. M’e accaduto di apprezzar molto entro certi ammassi antropomorfici nicchie semicircolari, una madre col bambino in verde, una donna alla finestra (“Comunità”, 1974).

Entrando più da vicino nella “materia” cromatica dell’artista è da dire che intorno al 1973 (e fino al 1977) i suoi quadri molto si affinano in una sorta di vanificazione dello spessore, come nei tipici motivi, cari all’estro moderato e pensante di Vasconi, dei “cavalli”.

Ne ho contati quattro nella mostra-studio; la materia tuttavia qua e là prevarica nelle modulazioni plastiche di un Carrà futurista, ma tale eccesso si accetta a motivo di una legittima ricerca. Io preferisco i risultati in cui il tessuto cromatico è più livellato e labile, come per esempio nel bellissimo “Notte d’amore” (1977).

Una considerazione da fare a questo punto è la seguente: che a mano a mano vedendo i quadri di Vasconi, si colgono i soggetti, se ne gusta il racconto e non perché il “resto sia orpello, ma perché sapendo ormai decifrare lo stile dell’artista, è lo stile stesso più direttamente a portarci e agevolmente per mano dinnanzi ai soggetti. Così senza parere di rettificare una prima impressione soltanto elegiaca e vitalistica in senso ottimistico sulla pittura dell’artista milanese, osservo che “il bello stile” vasconiano, almeno ex abrupto, spinge il fruitore fuori del dramma che talvolta il regista si impegna a presentarci, come per esempio “Dei grandi eventi” (1973). Sono scontri di forze diversi da quelli d’amore, masse che si uniscono a un grande vessillo rosso in un bel taglio compositivo che è geometrico nell’organizzazione, come se grandi rombi, sfere, triangoli specchiassero l’esistente. E che dire della “Tauromachia” (1974), dove il senso del tragico respira e quasi grida in quei rossi avviluppati nel segno? I picadores si introducono a cavallo nell’arena e già il toro con la sua potenza ne capovolge qualcuno. Insomma a modo suo e con tutta la licenza poetica di un evasivo uomo d’ordine, di un conoscitore, anche, di colori politici coi quali però sia spinto piuttosto a fare iridata tavolozza senza per questo restar nelle secche di un qualunquismo senza radici, Vasconi sente la temperie del mondo, si preoccupa del nostro destino, non soltanto esistenziale ma anche sociale. Ce lo dimostra un grande suo dipinto del 1977 “Brancoliamo alla ricerca di scale e non ci accorgiamo che abbiamo le ali”.

II pittore ha pensato alle scale della celebre sequenza nel film “La corazzata Potionkin”, dove si vede una folla a torrente sui gradini della morte e della violenza. C’e un tumulto, anche se tenuto da alcune linee compositive a chiudere, a equilibrare; però ecco una misura grande che andava affrontata. E forse qui non si tratta più di scene-apparizioni di paradiso in terra, ma di un’accettazione, una meditazione a modo suo sulla storia. E’ impossibile dunque respingere la figura dalle astrazioni di Vasconi e ancora meno possibile che la figura o tanto o poco, non diventi personaggio di eventi.

In questa sua in apparenza uniforme corrente di fantasie di una realtà visitata dal ritmo e dal tono (un tono dolcemente timbrico, quasi che il leggerissimo pigmento anche nelle gamme più accese mettesse la sordina) le opere sono eseguite in varie misure, in certi dipinti di taglio medio – piccolo ci dà risultati poetici superlativi, delle perle; ma, come dicevo, nei quadri anche di un metro e quaranta di base, come per esempio “II muro” l’intensità non si perde, anzi determinati pregi e caratteristiche di Vasconi si evidenziano, l’accozzo urge e respira la sua forza in figure verticalmente assiepate a fare, appunto, un muro. Anche questa è una caratteristica della composizione di Vasconi, far entrare nella stretta ribalta un numero maggiore di comprimari, tanto che, da corpo a corpo, trapassa una specie di ombra o di sosia, un’umanità sola e moltiplicata.

Sulla qualità dell’artista, direbbe un buon intenditore collezionista, c’e l’imbarazzo della scelta. A me piace, descrivendo ancora l’opera d Vasconi maturo, mescolare un po’ le carte, perchè tanto il prodotto (della croccanza pittorica, della felicità del segno, in cui Vasconi è maestro) non cambia. Eccomi dunque dinnanzi a una piccola gemma del 1977 “Dinamismo” in cui segno e cromia si armonizzano in fasce orizzontali, ove le figure sono fiori e viceversa; I’espansione organica è tenuta da fasce di raso; e “Figurazione biblica” il titolo sta semplicemente a indicare un soggetto che si presenta come atmosfera, una ricognizione figurale nella macchia di un sogno. E, anche, nella bella dimensione quadrata di 140 x 140 “Cavalli e amazzoni” (1980) che si sviluppa in una mandria di cavalli a scendere, di ritmo fluente, una grande corsa di rossi mattone, a far musi e groppe, fianchi e seni di fanciulle. Impressione sempre nuova (eppure dovremmo già esserne assuefatti) quel rampollare, sbocciare schizzar fuori e come per la tangente del fascio di forze, di animali e persone. Per Vasconi vedere è celebrare, celebrare è atteggiare come a una danza, tra l’incontro e la fuga, le sue mai ferme figure.

A queste iperboli dinamiche si affiancano nell’officina vasconiana iperboli di interni, ovvero il ciclo di eccellente calibratura, delle “architetture”. Per la verità non si tratta, come si sarebbe spinti a immaginare, di una ricerca sulla statica, quale si addice appunto agli interni, volte ed archi, atri, spazi coperti e criptici: è sempre la figura a farsi la sua parte con prepotenza, sempre l’artista fa recitare qualcosa di vivente, di esagitato, di incomprimibile, dentro i suoi ambienti più chiusi e cadenzati da geometrie. Ho visto a casa di Vasconi un quadro da lui dipinto nel 1979, del motivo delle “architetture”, assai intenso e fra i più astratti, di persone e cose delimitate e incorniciate dentro fasce a finestra di legno o infissi. Ma anche “Architettura ‘ (1979) olio su tela 90 x 90, che è stato poi riprodotto nel catalogo della mostra antologica di Vasconi nella sala comunale di Palazzo Robellini ad Acqui Terme, merita un cenno: perché le due figure femminili in primo piano sembrano creare tutto lo spazio architettonico e non viceversa, nel senso che il loro moto, quel dialogo nell’incontro in piedi, quel chinarsi una vicina all’altra in una sorta di confidenza, si riverbera nelle volte, contagia come una eco musicale tutto l’ambiente.

Non voglio dimenticarmi di illustrare, sia pur brevemente un d’apres (oggi vanno di moda e non dico altro) di Vasconi da Rubens, un “Omaggio a Rubens” (1981) per l’appunto. Come si vede, la tematica del pittore milanese è vasta e fà piacere vedere di lui sempre lo stesso stile, di affettuosa allusione al vero con l’immaginario di avanguardia, di scena cercata e negata, in soggetti così diversi. Questo d’apres e così vasconiano che pare… sia stato Rubens a imitarlo.

Contenuti più specificamente coniugali e familiari in una mitologia casalinga, dove non dispiace neppure l’aumento di una certa attenzione calligrafica, si incontrano intorno il 1982. Le madri sono possenti e armoniose donne d’amore; certo i bambini che hanno partorito non costituiscono un dettaglio, e quell’agitarsi di affetti nelle piccole faccende della mattina solare sottolinea il quadro della maternità (“Maternità” è appunto il titolo) senza però avvilirla al ruolo e tanto meno all’episodio. Di questi motivi l’artista ha eseguito diverse versioni nella misura quadrata che gli è congeniale, intorno a un metro di base. E anche qui, come in moltissime sue composizioni, il filo grafico si dipana in una sorta di matassa larga, inglobante la luce-colore; strisce, raggi, luci che paiono proiettate da invisibili fari, percorrono, anche qui, lo spazio della “recita”, fanno della situazione umana, una gentile visione cosmica. I1 medesimo clima di affetti mi sembra di ritrovare in un quadro che scendendo per i rami del grande plasticismo e dinamismo cubofuturista (nella misura in cui ho detto al principio) arriva quasi alle classiche geometrie cezanniane; mi riferisco a “Ricordi d’estate” (1982). Si nota un’esplicitazione nell’acuta grafia a capello, ma accompagnata da un tono e da una materia corallini, soffusi di un aureo lume; e quante belle licenze poetiche di vera pittura e fantasia si prende questo quadro d’occasione, il bianco inafferrabile tra luce e spuma, il dividersi e il dilatarsi, dentro un’acqua leggera come un’aria, delle membra delle bagnanti, l’armonia dei corpi che appare come sotto una lente e balena reale e irreale. Il pittore ama molto le spiagge della Sardegna dove si reca ogni estate: ma quest’isola è per lui un immenso habitat per la presentazione delle sue creature: sui corpi splendidi delle compagne dell’uomo si specchia la natura. Da aggiungere al gruppo di queste opere in cui il senso del mito si sposa a quello famigliare, l’avanguardia alla “pittura pittura”, è un quadro del 1983-84 “Pastorale” 100 x 140, in cui il gioco della pittura rispetto a quello del segno è stavolta a vantaggio della materia quasi che l’artista avesse privilegiato della cromia l’aspetto dello strato, degli incastri luministici direttamente attinti sulla tela, al di fuori del seno.

No Comments

Leave a Reply