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1982 – Enzo Fabiani

Domandiamoci subito: a cosa può portare, cosa può far concludere una osservazione, una <<lettura>> in profondità dell’opera di Franco Vasconi? Per me la risposta è immediata e semplice: che il seme (e può essere chiamato nucleo, centro dinamico, forza interiore, dirompente, onirica, eccetera: secondo la cultura e il linguaggio che uno ha) è innanzi tutto la realtà umana in alcuni suoi aspetti e momenti storici e concreti, in figure e simboli, drammi e nostalgie.

E questo, anche se a un primo sguardo, o a una lettura non in profondità, può sembrare tutto, o quasi, il contrario. Devo dire, per essere sincero, che anch’io per vario tempo, nell’osservare i quadri e le sculture di Vasconi, sono stato in un certo senso avviluppato da questo contrario, cioè dall’aspetto rutilante della figurazione o raffigurazione che pare, o pareva, quasi ignorare, se non negare, quel punto di partenza. Quando conosco un artista, io cerco di definirlo con un aggettivo, portato come sono per natura e vocazione alla sintesi toscanamente limpida e magari tagliente. Se poi non ci riesco, se l’aggettivo (direi più seriamente e impegnativamente il <<nome>>) tarda a precisarsi, allora ricorro ai versi di qualche poeta. Questo perché i poeti (non lo dimentichino mai i signori critici e storici: non dimentichino mai Baudelaire!) quasi sempre svelano il mistero del quadro e della scultura.

Bene: l’aggettivo per Vasconi. Tra i più immediati (secondo i vari tempi della sua attività pittorica) e più facili e quasi di comodo: boccioniano, fantastico-surreaista, e addirittura wagneriano… Ecco, quest’ultimo aggettivo, per tutto quello che comporta di travolgente, irrompente, oceanico e anche scenografico, forse poteva avere un senso, poteva dare un’indicazione.

Ma poteva essere inteso come una indicazione esteriore, ancora: poteva apparire addirittura una sorta di limitazione, di sviamento. (Ma d’altra parte sarebbe stato culturalmente sbagliato il tenativo di avvicinare e accostare quel fiume musicale a questa pittura). Tra i poeti, potevo pensare a Gerard Manley Hopkins e al suo <<Stormo galoppante dei nostri pensieri>>, o a certe accensioni del paesaggio in Dylan Thomas e Dino Campana (io questi poeti che, con Dante sono maestri, li vedo e li ritrovo dappertutto…).

Erano dunque indicazioni, richiami in un senso e nell’altro, cioè negativo e suggestivamente positivo, che però non mi aiutavano molto a entrare nel mondo di Vasconi: in quadri come, ad esempio <<Ricordi d’estate>>, <<Teatro>>, <<Contestazione>>; quadri che somigliano magari a tempeste dantesche e apocalittiche, a cavalcate barbare, a incendi cittadini, a sogni attossicati… E allora pensavo ai colori di Vasconi: a quei rossi a quei suoi rosacenere, ai suoi arancioni, a quei colori di mattone, marmo, pietra, cielo grigio e così via… Poi mi parve di capire che anche qui, nel colore, ben poco c’era d’astratto: sono cioè i suoi colori (come quelli che ho ricordato) veri come le cose che vediamo intorno a noi. Veri cioè come la cenere, il mattone, la pietra e anche come i roseti e i roveti in primavera: con quelle foglie rosso vivo, con quelle spine rossoverde…

Tutto dunque, ripensandoci, mi portava, mi spingeva verso la realtà, la natura, la gente, il sole, i temporali, la piante… (ed infatti in un primo tempo Vasconi fu morlottiano, legato ad un certo naturismo, o terrismo, vegetale fanghismo che dir si voglia. Non so nemmeno se questi termini esistono…). Tuttavia restava sempre lo <<spettacolo>> vasconiano: i suoi quadri cioè, nelle varie mostre che vedevo, mi si presentavano sempre in tutto il loro turbinio di persone, di cose, di cavalli, di cieli. Spettacolo nel senso migliore, intendiamoci, che egli rendeva magari con richiami a vari momenti e maestri ( certo Boccioni, appunto, certo espressionismo, certo fauve), ma sempre con un timbro suo, un forza sua…

Si poteva, si può, magari vedere in quelle, e in queste, sue raffigurazioni e rappresentazioni, un qualcosa di maledetto (di attossicato, appunto) per cui tutto veniva coinvolto in un amaro rovinio, in una ribellione di tipo romantico o magari decadente (più che religioso), in una esistenziale disperazione che voleva negare ogni possibilità di soluzione, se non di salvezza…

Giravo un po’ intorno, insomma, a questa pittura. Finchè un giorno parlai a lungo con Vasconi, nel suo studio. Egli mi fece vedere quadri di vari periodi: legati per lo più (ecco il punto) agli avvenimenti che in quei periodi storici si erano verificati: come la conquista dello spazio, la morte della Monroe, la contestazione…..

E poi ce n’erano altri ispirati a motivi eterni, come l’Eros; o a grandi scrittori, come Kafka; o a meraviglie naturali, come il mare; o a meraviglie più o meno angelicate o angelicabili, come le donne….

Realtà, dunque la vita, sentimenti, passioni, fatti: ma guardati e studiati e quindi raffigurati (ecco un altro punto) secondo le indicazioni, le conquiste, di alcuni degli artisti contemporanei che il maestro piemontese ama di più, che si sente più vicini: ovverosia Boccioni, Fontana, Burri… Furono per me, quelle di Vasconi, indicazioni preziose, o meglio precisazioni e conferme di quelle che per me erano state come delle sensazioni che non riuscivo a rendermi chiare e concrete. E mi resi conto ancor meglio della complessità della pittura di Vasconi, del coinvolgimento che essa comporta di attenzione, osservazione, esperienze, cultura, tenacia.

Diversi critici (come Marchiori, Passoni, Sanesi) hanno esaminato con molto acume e sapienza i vari aspetti e le novità di questa pittura (il lato onirico, dinamico e plastico; il processo dialettico tra razionale e irrazionale, tra mito e cronaca e così via), ma io vorrei insistere sulla capacità di Vasconi di essere, appunto, un testimone (e quasi vorrei dire beethoveniano) del nostro tempo, e cioè un <<lettore>> appassionato e partecipe del nostro tempo, e non già un fantasticante e magari delirante inventore di masse e forme senza radici e senza sostanza. No, in lui c’è il passaggio dal reale al vero, dall’idea al fatto, dalla visione al concreto immaginato in una tensione fantastica…

Ora questa sua contemporaneità, questo “essere qui, ora”, li vedo anche nel suo modo di “raccontare”. Poiché è chiaro che ogni suo quadro, così come ogni sua scultura, è un racconto nel quale confluiscono cielo e terra, vita e sogno, amore e sgomento. Alcuni di questi racconti sono scanditi, hanno una struttura esatta (si pensi alle “Architetture”), altri hanno un ritmo convulso, altri un andamento che potremmo dire sinfonico, altri sono ossessivi (vengono in mente certe “carte” stropicciate di Cagli), e così via: sempre però le radici sono nel cuore dell’uomo, nel cuore del tempo, nella linfa della vita, della storia o della cronaca.

Non è certo una pittura facile quella di Franco Vasconi: direi che essa richiede una partecipazione molto attenta, richiede di essere “ascoltata fin dall’inizio”, e poi seguita tutta e, alla fine, meditata: al fine di capirne tutta la validità, la forza, il significato. Ed allora la risposta potrà essere, appunto, semplice, così come saranno stati precisi e chiari i “tempi”. Perché in questi quadri ci sono delle profondità che mi piace definire musicali: come, a pensarci bene, è “musicale” la vita, qualora chi la vive sia capace di formare in sé stesso un lievito, una linfa: quella poesia, cioè, di cui devono vivere i giorni, di cui devono risplendere, per essere vere, le opere d’arte.

Enzo Fabiani – Artisti italiani d’oggi 1982 – Ed. Ghelfi

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